L’ottavo continente

Giulia Pellegrini e Rebecca Sforzani

2021
Filo in cotone riciclato, legno naturale e bioplastiche a base agar agar, 2021

“We must work towards a world where plastic pollution is unthinkable”

Charles Moore

A seguito della scoperta, Moore decide di cambiare vita e dedicarsi alla protezione e al ripristino dell’ambiente marino. A partire da questa suggestione, l’opera L’ottavo continente vuole innescare una riflessione sull’uso smodato della plastica, in particolare monouso, e sulle implicazioni che hanno determinato una nuova geografia a livello mondiale.

I fili simboleggiano il mare che accoglie e raccoglie la plastica, celandola. Il pubblico è invitato ad avvicinarsi all’opera, ad affacciarsi al problema con occhi nuovi, con maggiore consapevolezza.
La forma circolare rappresenta da un lato le correnti e il loro moto, dall’altro ci ricorda come questo rifiuto non scompaia mai, impiegando fino a 500 anni per scindersi in particelle microscopiche: si accumula nell’ambiente, formando isole e depositandosi nei fondali marini, mescolandosi con la sabbia nelle zone più remote del mondo e entrando a fare parte della catena alimentare. Siamo poi così sicuri/e che la catastrofe delle isole di plastica non ci riguardi da vicino? Basti pensare che, ogni settimana, ingeriamo fino a 2000 minuscoli frammenti di plastica, l’equivalente di 5 grammi, o per meglio visualizzarlo, di una carta di credito.

Il progetto è stato creato per il concorso Ecologicart, vincendo il Premio Scultura e Installazione, ed è stato esposto al La Striscia Wine Resort ad Arezzo (giugno 2021) e alla Galleria La Nica a Roma (settembre 2021).